"Ma le viene mai in mente di chiamare qualcuno solo per sapere come sta quella persona?"
La domanda mi gela.
La risposta la so, ma fatico a dirla.
È uno di quei tanti casi in cui la psicologa afferra il punteruolo e si scaraventa con tutta la sua forza contro il pallone gonfiato che qualche tempo fa deve aver fagocitato la persona che un tempo sono stato. O che forse spero solo di essere stato.
Gli occhi di lei mi fissano, inquisitori.
A volte sembra proprio "godere" di questi momenti in cui è perfettamente consapevole di mettermi all’angolo con domande di una semplicità disarmante, ma che la persona che sono diventato non sembra porsi.
Mi sento uno schifo. Uno stronzo. Una merda.
"No, tendenzialmente non mi viene in mente, non lo faccio. Tendenzialmente quando chiamo qualcuno è perché mi sento solo o perché devo parlare di lavoro."
So che non è sempre vero. So che ci sono delle eccezioni, ma so anche che è l'ustionante verità.
"Le viene in mente nessuno che potrebbe apprezzare una sua telefonata?"
La mente vaga nel vuoto. C'è solo un nome che se ne sta a galla.
"In realtà è qualche giorno che vorrei scrivere a L., ma non lo faccio mai, perché per qualche strano motivo è come se preferissi di gran lunga stare solo invece che incontrare persone."
Attendo qualche secondo prima di rincarare la dose e vuotare del tutto il sacco.
"E comunque no, per rispondere alla sua domanda di prima... Non mi viene in mente nessuno."
Ci guardiamo in silenzio.
"E se le chiedessi di dirmi chi avrebbe voglia lei di chiamare?"
Quattro le figure che appaiono davanti agli occhi. Le nomino.
"E mi saprebbe anche dire il perché vorrebbe chiamare proprio loro?"
Tentenno qualche istante.
"Ehm... Vorrei chiamare E. perché so che ha sempre parole di stima per me e perché non vede l'ora di trovare il modo di collaborare ancora con me. Vorrei chiamare S. perché so che stravede per me e quindi vorrei farmi un po' coccolare mentre io mi lamento delle mie sventure. E vorrei chiamare A. e A. perché sono gli unici a conoscere per filo e per segno ciò che sto passando e sono gli unici con cui sono sicuro di essere fuori chi sento di essere dentro. Ciò che sto iniziando a dubitare o forse ciò che mi spaventa di più è non sapere più effettivamente che cosa vedono gli altri quando mi guardano."
La sua replica è lapidaria.
"Beh, direi che dipende molto da come lei vede e tratta l'Altro. Perché se lei vede l'altro solo come la fonte di complimenti nei suoi confronti o, all'estremo opposto, come qualcuno che sicuramente la annoierà con discorsi monotoni e ripetitivi, direi che l'Altro tutto questo lo percepirà. Un po' come con il volantino, no?"
Il volantino
Annuisco mesto.
Il riferimento è all'incontro precedente, durante il quale la psicologa aveva iniziato a prendere a picconate il mio Ego e la mia considerazione dell'Altro.
Le avevo riportato, infatti, della delusione derivante dallo scarsissimo interesse che il progetto ‘Babar’ aveva riscosso a Verona. Nessuno si era iscritto, nessuno mi aveva contattato per avere maggiori informazioni.
Quello che proprio mi infastidiva era il fatto che tante persone avessero riferito a terzi di aver trovato poco chiaro il volantino, ma non si fossero comunque ‘curate’ di provare a chiedermi ulteriori delucidazioni.
"Provi a spiegarmi questi volantini," mi aveva invitato la psicologa.
Lo avevo fatto.
"E a lei sembrano chiari, così?"
Era evidente che ci fosse qualcosa in sospeso, che quella fosse una sorta di trappola.
"Beh, direi che secondo me esprimono chiaramente il tipo di persona che sono, fanno capire all'istante che questo progetto non è qualcosa di comune, che si distingue dagli altri."
"Però nessuno si è iscritto..."
Il silenzio è totale nella stanza. Quel silenzio che abbiamo imparato significare - per lo meno - ‘Colpito!’.
"Ha mai guardato gli altri volantini?"
"Sì."
"Come le paiono?"
"Ehm... Tutti uguali?"
"Si è mai domandato il perché?"
La scialuppa a cui sono aggrappato vacilla sotto l'intensità delle cannonate.
"Beh... Forse perché hanno poca creatività."
"Quindi tutte le persone che quando piove aprono l'ombrello..."
"Ma sono cose diverse!", la interrompo, quasi stizzito.
Un chiaro segno che sto soccombendo.
"Lei crede?"
Vorrei ribadire la mia posizione con un sì, ma non ci riesco.
"Vede, i volantini forse si assomigliano tutti in semplicità, perché le persone hanno bisogno di poche e chiare informazioni. Invece, mi sembra che lo scopo dei suoi volantini, ma forse un po' lo scopo di tante sue azioni, sia ancora quello di stupire, di ricevere complimenti per la sua creatività."
Colpito e affondato.
"Le persone, questa sua ansia, la percepiscono. Lo sentono che lei non sta facendo ciò che fa, per loro, ma più per dare conferme a se stesso. Lo sentono che lei pensa di essere in qualche modo migliore di loro, che si annoia in loro compagnia. Lo sentono che lei pensa più a se stesso che a loro. E quindi non si iscrivono a Babar... E quindi non si presentano alla sua presentazione letteraria...”
Il riferimento è a quella avvenuta a Trento nell'ottobre scorso, dove tra il pubblico sedeva una sola persona.
"E quindi si infastidiscono e la mandano a quel Paese..."
Riferimento, invece, a una delle serate di presentazione del progetto per il Nepal, dove dopo una mia decisamente forzata arringa in cui avevo fatto la morale al pubblico, avevo preso una super cantonata con il nome di uno degli organizzatori della serata. Dal pubblico si era immediatamente levata forte una voce:
"Allora vedi che non siamo solo noi i coglioni che sbagliano?!"
I palloncini
Davanti agli occhi passano tante altre immagini, tanti altri momenti della mia vita che iniziano ad acquisire lo stesso minimo comun denominatore.
Come quando facevo lo scultore di palloncini e mi vantavo di fare cose che nessun altro faceva (che era vero!). Il problema era che ‘non mi abbassavo’ a fare le banali sculture che facevano tutti (il cagnolino, la spada, il fiore...). Io ero diverso e in quanto tale sarebbe stato diverso anche il prodotto delle mie azioni, il mio biglietto da visita!
Solo che fare sculture di palloncini complesse richiede tempo. Tempo che non sempre c’era e che creava inesorabilmente malumori tra la folla di genitori in fila che volevano ‘semplicemente’ un palloncino per i loro figli.
Ma io, piuttosto che fare qualcosa di scontato e banale, qualcosa che denigrasse la mia creatività, qualcosa che rendesse banale anche la mia persona, preferivo ‘perdere clienti’ e servire ai più pazienti cose mirabolanti che mi valevano applausi e “WOW!!!” a non finire.
"Questo perché non è ancora stato capace di dividere tra la sua persona e il suo lavoro. Questo perché in ogni cosa che fa lei è coinvolto al 100% e se una cosa va male è lei che va male. È per questo che l'Altro non si sente rispettato, non si sente visto. Se quello che vuole fare nella vita è davvero lavorare con le persone, allora dobbiamo imparare a vedere l'Altro. A considerarlo e non a sfruttarlo solo per un nostro tornaconto. Perché questa è una dinamica pericolosa."
Taccio a lungo.
"Mi sento uno stronzo. Non ho altre parole per spiegare meglio."
"Forse è solo uno in difficoltà..."
Già... Forse...



