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Una storia incredibile
Sono più o meno le 20:30. Sarebbe ora di cominciare...
"Che facciamo?", domando a Lucia, la bibliotecaria.
La sala è molto capiente, ma al suo interno per ora siedono poche persone, la gran parte delle quali già mi conoscono.
"Non saprei... Purtroppo in queste occasioni non si può mai sapere quante persone vengono. Io, comunque, altri dieci minuti li aspetterei."
Mentre conversiamo, un uomo con un berretto calcato sulla testa scende le scale. Sembra spaesato, sembra uno di quelli capitati lì per caso e, onestamente, sembra pure avere la faccia del "disinteressato medio".
Le lancette percorrono il lasso di tempo concordato e, un po' a malincuore, do il mio assenso a cominciare. Gli occhi di Lucia paiono tradire lo stesso mio pensiero: peccato per l'affluenza, ma questo è.
Prendo in mano l'albo illustrato di Leo Lionni "Pezzettino", faccio un profondo inspiro e mi ripeto in silenzio quanto concordato con la psicologa: godermela di più, poche aspettative e attenzione ai modi con cui ci si rivolge al pubblico, poiché a volte l'effetto sortito a calcare troppo la mano è l'opposto di quanto preventivato.
Mentre parlo tengo monitorati gli sguardi della gente in cerca di segnali: tutti sono attenti. C'è una signora in particolare, una delle due che non conosco, che continua a prendere appunti.
Chissà cosa avrà da scrivere, penso.
E poi c'è lui, l'unico uomo in sala, che onestamente sembra confermare l'impressione lasciata al suo arrivo.
Verso le 22 termino il mio monologo, ringrazio caldamente Lucia per l'invito e apro il momento delle eventuali domande, sebbene, visto il pubblico, immagino non ve ne saranno molte.
Sorprendentemente, invece, c'e' molto interesse a rimanere e confrontarsi, specialmente da parte della "donna degli appunti", che scopro essere un'insegnante rimasta estasiata dal mio modo di fare e che sostiene quanto un incontro del genere debba a tutti i costi essere portato di fronte agli studenti. Fioccano numerosi altri commenti positivi, tanto sulla performance quanto sul libro. Poi, la doccia fredda.
Quando non sembrano più esserci domande, "l'uomo dal cappello "prende la parola. "Beh, dai, a questo punto chiudo io il cerchio. Sono Emilio, sono di Rovereto e ho avuto l'onore di vedere la tua foto appesa in casa di Melody."
La sua voce raggiunge il mio timpano, che, solerte invia il segnale all'encefalo per la processazione. Qualche secondo di "buffering" in cui io fisso lo sconosciuto senza capire, poi, a caricamento terminato, la mia bocca si spalanca.
Ottobre 2017.
Mi trovo a Fairbanks e sono ospite di Gerald Springer e della moglie Melody. Inutile nascondere quale sia uno dei miei scopi: vedere l'Aurora Boreale. Dopotutto Fairbanks è la capitale mondiale del fenomeno celeste e sul treno che mi aveva condotto lì stava scritto che con un pernottamento di 3 notti avrei avuto il 99% di possibilità di esserne testimone.
Durante le prime 2 settimane non vedo mai nemmeno le stelle; poi, una notte, la notte in cui sto guardando "Into the Wild", decido di giocarmi il tutto per tutto. Nonostante il cielo sia coperto, esco imbracciando la macchina fotografica, fiducioso che il vento faccia il suo dovere. Ho ragione: dopo poco più di un'ora le nubi si diradano e assisto a uno spettacolo pazzesco.
L'ultima mia sera in loco, le previsioni sono ottime e voglio tentare di vedere "la mia bella" ancora una volta. Per 3 ore non accade praticamente nulla e visto che la temperatura è di -22º e c'è del ghiaccio in formazione sul treppiede, decido di desistere.
Qualcosa in lontananza, però, cattura la mia attenzione. È come una sfera di piccole dimensioni che danza lentamente. Mi fermo incuriosito a osservarla ancora qualche secondo. Improvvisamente, la sfera esplode, letteralmente, diventando sempre più grande, sempre più grande e muovendosi con una velocità incredibile. In breve, tutto il cielo è illuminato e intorno a me è giorno. Causa stupore, eccitazione e inesperienza, non riesco a raccogliere sul rullino tutto il fenomeno, ma ciò che ottengo è degno di nota.
Al punto che, qualche mese dopo, ricevo una foto da Melody che mostra uno dei fotogrammi del timelapse stampato su metallo e appeso ben visibile sul giroscale.
A dicembre 2018 arriva un altro suo messaggio in cui mi comunica, quasi incredula, di avere come ospite un certo Emilio, un ragazzo di Rovereto, che ha scoperto essere molto vicino a Storo, il paese in cui vivo.
"Ti lascio il suo numero. Magari un giorno vi potete incontrare."
Lo guardo inebetito.
"Ma... Quell'Emilio?". Lui annuisce.
Sono passati cinque anni e mezzo da quel dicembre e non so bene quanti dall'ultimo nostro messaggio.
"Pensa che ho sentito Melody proprio ieri per vedere come stava. Poi, stamattina, sfogliando il giornale, ho visto un piccolo trafiletto che parlava dell'incontro con l'autore Kevin Cortella in Valle di Ledro. Ho pensato che non ce ne fossero tanti di Kevin Cortella e quindi... Niente, eccomi qua!”
Io fatico a dire cose di senso compiuto, mentre il pubblico invoca almeno un abbraccio a questo punto. Lui si alza, si avvicina e ci scambiamo le nostre emozioni.
Una morale credibile
Credo che possano essere molti gli spunti di riflessione estraibili da questa stupenda e incredibile storia.
Attenzione ai giudizi
Innanzitutto, i giudizi, cavolo... Quanto possono essere pericolosi e fuorvianti i giudizi! Quanti incontri che ci possono precludere o inficiare.
Dall'aspetto e dalle modalità di Emilio, lo avevo ingiustamente etichettato come qualcuno che non era. Anzi, quel suo atteggiamento così "sospetto" era stato voluto, per rimanere in incognito e non rovinare la sorpresa.
Inoltre, a giudicare dai numeri, si potrebbe sostenere che la serata è stata un flop, ma ancora una volta si conferma il detto: pochi, ma buoni. E, aggiungo io, si conferma pure il fatto che non si può MAI sapere chi c'è in sala ad ascoltarci.
Quindi, lettori e lettrici che avete progetti in cantiere: buttatevi! Non perdete neanche un'opportunità.
Attenzione ai segnali
L'altra cosa che mi porto a casa, direi la più importante, è che io, lì in quella sala, quella sera, ci dovevo essere. Era scritto nel mio destino, era la tappa di questo mio viaggio chiamato vita che dovevo raggiungere. E, vi posso assicurare, è una sensazione BELLISSIMA quella di sapere che tu, di lì, ci dovevi passare, che tu, lì, ci dovevi essere. Perché dà tranquillità e infonde fiducia. È il segnale dell'Universo che dice: abbi pazienza, sei sulla strada giusta, non fermarti.
E ho avuto la fortuna di averne tanti di questi segnali in questi ultimi anni, come quando in Islanda, al mio primo viaggio in solitaria e all'avventura, dopo essere atterrato mi comunicano che la Suzuki Jimny che avevo prenotato non è più disponibile e che al suo posto mi avrebbero potuto dare... una Fiat Panda Cross 4×4; o come quando, nell'ottobre del 2020, poco dopo essermi licenziato dal lavoro in Nuova Zelanda e aver deciso di seguire l'istinto e scrivere un libro, arrivato nella mia stanza in Alaska pieno di dubbi e di paure, mi trovo davanti, appesa alla parete sopra il letto, una mappa del mondo... neozelandocentrica, ossia con la Nuova Zelanda al centro.
Sono convinto che le vite di tutti siano zeppe di questi segnali, segnali che possono incitare ad andare avanti, a tenere duro, o che, al contrario, possono essere un chiaro invito a fermarsi e cambiare strada.
Ecco, l'augurio che voglio fare a tutti - incluso me stesso - è di non smettere mai di coglierli e di seguirli, di non smettere mai di fidarsi dell'Universo. Perché, se non fosse già abbastanza chiaro: il caso, non esiste.
Kevin
P.S. Ah, a proposito di segnali, vi segnalo il libro che ha scritto proprio Lucia Brunialti, la bibliotecaria di Bezzecca. Parla, nella maniera più diretta e schietta possibile, del suo rapporto e del suo vissuto con l'anoressia e di come la musica le abbia salvato la vita.





