Cielo, 27/11/24
Siamo da qualche parte sopra la Turchia, non saprei dirvi esattamente dove. Abbiamo lasciato Kathmandu ieri sera alle 20 e nel giro di qualche ora atterreremo a Bergamo, dopo ventisei giorni vissuti in Nepal.
Ventisei giorni di una densità immensa, ventisei giorni che sono sembrati anni, ventisei giorni che hanno messo alla prova il fisico, la mente, le credenze di una vita, già dalla primissima sera.
La ciotola di terracotta
Siamo fuori a cena per festeggiare l'inizio dell'avventura e per assaggiare il nostro primo "daal bhat", il piatto tipico nepalese a base di "daal" (lenticchie) e "bhat" (riso), con l'aggiunta di verdure speziate, frequentemente carne (di solito di pollo o di montone) e spesso pure dello yogurt. Davanti al piatto, però, c'è anche una piccola ciotola di terracotta, presto riempita con un liquido trasparente dal forte odore di alcool. Come avremmo poi imparato, infatti, è usanza nepalese offrire agli ospiti grappe o birre artigianali in segno di benvenuto. E in quanto usanza a loro molto cara, tengono molto che l'ospite consumi quanto offerto.
Chi ci accompagna alza le ciotole al cielo e ci invita a fare altrettanto per deglutire in un sol sorso il liquido. Dentro la mia testa c'è il finimondo: pensieri che si affastellano, che mi ricordano che io non posso fare una cosa del genere, che io sono astemio da sempre e sono fiero di esserlo, che ho basato una buona parte della mia vita sul voler rappresentare un esempio di integrità morale che non voglio assolutamente rovinare; paure che mi ricordano che l'alcool è un pericolo, che non ho minimamente idea di quello che mi potrebbe succedere se lo ingerisco, che perdere il controllo non è assolutamente qualche cosa che voglio succeda.
Non so cosa fare, tentenno. Mi tiro indietro, rifiuto. Poi, sotto la spinta di forze non ben precisate, decido di non deludere quella cultura che ho appena incontrato.
Un forte bruciore mi attraversa la gola, accompagnato dal sapore di alcol etilico puro. Gli occhi si riempiono di lacrime, la temperatura corporea si innalza drasticamente. Inizio a tossire, come quando va qualche cosa di traverso, ma nel giro di qualche secondo tutto si quieta.
Sono vivo, sono sempre io, quello convinto che l'alcool non serva, soprattutto quando ricercato in eccesso e quale unica forma di disinibizione e sballo; quello che non sente di aver deluso nessuno con quel suo atto, nemmeno se stesso; quello che continuerà a definirsi astemio, nonostante le tante altre grappe deglutite nei diversi villaggi, perché non è il singolo atto - o la pluralità degli stessi - a definire l'identità di una persona, quanto la loro continuità nel tempo, la loro sedimentazione. E io, dentro di me, sento da sempre forte la convinzione che quella sia una sostanza superflua al mio benessere. Ora, però, sento di aver anche abbattuto quella superflua convinzione che mi voleva perfetto, immacolato, per potermi definire tale, per potermi muovere con serenità nel mondo.
Le coperte
Durante questa ultima settimana di viaggio abbiamo vissuto nel remoto villaggio di Walung, raggiungibile solo dopo un volo di quarantacinque minuti da Kathmandu a Tumlingtar e dopo la bellezza di otto ore in jeep su una strada che l'80% della popolazione mondiale non si arrischierebbe mai a percorrere.
Walung è il paese natio di Sanu Sherpa, considerato essere l'alpinista più forte al mondo, visto che ha già scalato tutti gli ottomila due volte e si appresta a completare anche la terza tornata. Siamo stati ospiti di lui e della sua famiglia e, come accaduto anche in un'altra occasione, per dormire siamo stati accomodati sul pavimento di una grande stanza.
Stuoie, materassini, coperte a volontà. Coperte che non venivano usate da tempo e dietro alle quali, appena smosse per essere distese, si celava un grande ragno nero, dal diametro di circa dieci/quindici centimetri. Alla sua vista mi sento trasalire, ma dato che sono l’unico presente in quel momento, decido di fare silenzio per non intimorire nessuno, anche se il disgusto e la paura sono forti. Ceniamo in convivialità e ci predisponiamo per la notte.
I fantasmi
Mentre io e gli altri tre membri della troupe ridiamo e chiacchieriamo in attesa del sonno, dal piano sottostante giungono forti alle mie orecchie i lamenti di qualcuno che sta vomitando. È uno dei bambini che ci accompagna, con cui tutti siamo stati a strettissimo contatto.
Passo la notte per lo più in bianco, impaurito come sono che qualche aracnide cammini sopra il mio corpo e che quell'episodio di malessere possa essere l'inizio di una generale pestilenza.
Placatosi il vomito, l'indomani il bambino inizia ad avere scariche di dissenteria, ma la mamma rassicura tutti che si tratta “solo” di una chiara intossicazione alimentare, dovuta non si sa bene a cosa, e non di un virus, essendo assente la febbre. Per quanto non del tutto tranquillo, la notte va decisamente meglio e riesco a tenere a bada i fantasmi che mi perseguitano.
Gli scalini
Al mattino, però, è la sorellina a cominciare a rimettere e, poco più tardi, anche io percepisco un chiaro senso di nausea farsi strada dentro me. Il fatto è che siamo a un matrimonio in un villaggio a un'ora di distanza, siamo a piedi, piove e la strada di rientro sarebbe stata alquanto ripida e provante.
Tempo qualche ora e la situazione si aggrava. Vomito, ho freddo e mi sento debole. Troppo debole per affrontare la salita. Eppure non c’è altra scelta per tornare a casa. Percorro le decine di scalini di pietra facendo a cazzotti con la sensazione di stare "seriamente mettendo a repentaglio la mia vita", con la convinzione di non potercela fare.
Mi fermo in continuazione per riprendere fiato, per gestire i giramenti di testa. Non parlo, non dico nulla. Vorrei solo scomparire, essere già nel letto, annullare quella sofferenza, non doverci passare attraverso. Con moltissima calma raggiungo finalmente la camera da letto e dimentico di ragni e altri possibili insetti da compagnia, mi infilo tremante sotto le coperte.
Il riccio
Passano dodici ore e, attenuatisi i sintomi, peggiora drasticamente e subitaneamente l'umore del gruppo: è la prima, vera "lite", il primo confronto a viso aperto, reso più ruvido dalla stanchezza generale. C'era già stato un altro piccolo momento di tensione, ma questa volta il clima è assai peggiore.
Di fronte alla discussione, io come di consueto mi chiudo a riccio, impaurito come sono che litigare implichi sempre e per forza perdere qualcosa e qualcuno. A poco a poco, però, gli animi si distendono, i fraintendimenti si chiariscono e l'armonia che ha regnato sovrana durante tutte le altre settimane torna a scaldarmi il cuore.
L’hotel
Quasi fosse sempre stato lì dietro le nuvole in attesa di quel chiarimento, il giorno dopo il sole fa per la prima volta la sua comparsa in cielo, accompagnando il nostro lungo viaggio di rientro in jeep verso l'alloggio in cui avremmo trascorso la notte. Stando all'insegna si dovrebbe trattare di un hotel, ma stando alla condizione fatiscente delle camere quel luogo non sembrerebbe essere destinato ad accogliere persone: asciugamani luridi, coperte e lenzuola macchiate, peli sulle saponette e nella doccia, ragnatele e qualche blatta qua e là.
Nella mia testa rivivo il momento in cui a casa di Sanu avevo visto il ragno e penso che in quell'istante darei tutto - tutto! - per tornare in quel luogo che ora mi sembra cosi accogliente.
La rima
Ecco, penso che viaggiare serva soprattutto a questo: per riconoscere quelli che sono i propri limiti e accettarli con pazienza e gentilezza, ma soprattutto per ri-conoscerli in continuazione, per rivalutarli, per domandarsi se siano limiti oggettivi, reali o semplicemente soggettivi e fittizi, imposti da una mente le cui capacità possono andare ben oltre le proprie più rosee aspettative e più solide convinzioni.
Per questo rimango indefessamente convinto che viaggiare possa fare rima con educare e che l’idea dei viaggi di educazione possa essere quella vincente da cui partire in questo sfidante e intimorente progetto che è l’associazione.






Mi sono accorta di aspettare le tue newsletters con, di volta in volta, crescente curiosità.. Saper accendere curiosità è la misura del tuo lavoro e della tua evoluzione personale Kevin, ed è una cosa grande. Io ti aspetto sempre di più! Buon proseguimento di viaggio!