E chi l’avrebbe mai detto che potessi avere una conversazione così profonda con un idraulico-elettricista? Alla fine è solo un idraulico-elettricista… no?
Non fate i finti tonti. E nemmeno le finte tonte.
Lo so che un pochino lo avreste pensato anche voi “letterati e letterate” (per quanto vuota possa alla fin fine essere questa dicitura) nei miei panni.
Come lo so? Facile!
La professoressa
Qualche giorno fa mi sono incontrato con una professoressa che lavora alle scuole professionali. Vorrebbe che creassimo un progetto educativo per i suoi ragazzi del triennio. Li vede spenti, demotivati, impauriti dalle scelte che la vita necessariamente implica. E vorrebbe dare loro una scossa.
Ha già provato altre strade. Prima da sola, poi confrontandosi con i colleghi.
Molti di questi, udito il suo rammarico e la sua preoccupazione nei confronti di questo apparente vuoto interiore, hanno replicato con le seguenti quasi testuali parole:
”Di che ti stupisci, scusa? Se volevi profondità dovevi andare a un liceo, non in una scuola professionale!”
Ecco, è questo il motivo che mi porta a perdonare un po’ la mia mente per sviluppare talvolta pensieri troppo superficiali e giudizi troppo affrettati e a ritenere che anche il vostro encefalo possa comportarsi nello stesso modo: il fatto che sia un male diffuso all’interno della società, il fatto che questa convinzione che esista una enorme differenza interiore tra chi frequenta “scuole alte e scuole basse” - come tante altre convinzioni che abbiamo e che non ci rendiamo conto di avere - ci venga instillata una goccia alla volta, una frase alla volta.
”Come diavolo pensate che questi ragazzi possano imparare a credere in loro stessi se voi per primi li trattate come ragazzi di serie B, privi di contenuti e, di conseguenza, di vere alternative nella vita?”
Ha ragione la professoressa frustrata.
Così come avrebbe pienamente ragione il mio idraulico-elettricista a prendersela se leggesse queste righe. Ma ho smesso da tempo di nascondermi dietro a un dito, quindi preferisco curare il “male” che sento dentro di me tirandolo appunto fuori, mettendolo per iscritto e facendolo magari fiorire.
L’idraulico-elettricista
Abbiamo parlato di tante cose con R.
Abbiamo per esempio ragionato sul rapporto con i genitori, su quanto possano essere condizionanti i loro occhi quando al loro interno non si legge rispetto per la persona che si è, per le ambizioni che si posseggono. Su quanto tali ambizioni possano essere scoraggiate e appesantite dalle loro parole quando sono cariche di risentimento per il rammarico di non essere diventati come loro si aspettavano che diventassimo. E su quanto questo rapporto col passare degli anni tenda ad ammorbidirsi, ad addolcirsi; un po’ perché si matura, un po’ perché finalmente anche i genitori tendono a comprendere che esistiamo in quanto esseri scissi da loro (Hallelujah!).
Abbiamo discusso dell’essenzialità di andarsene da casa, dal proprio paesello per un certo lasso di tempo, per potervi poi fare ritorno e apprezzare ciò che prima magari sprezzavamo.
Soprattutto, però, è emersa forte dalla sua voce la frustrazione nei confronti dei ritmi che il suo lavoro impone. Lavoro che - vi giuro - svolge alla perfezione: in tanti anni che vengono a effettuare il controllo caldaia, è la prima volta che R. ci mette le mani e non ho mai visto nessun altro dedicare tanta cura a un oggetto che, per quanto emani un forte calore, risulta comunque inanimato.
AAA pazienza cercasi
C’è questa fretta dilagante, questa esigenza tra i clienti che ogni problema venga risolto all’istante, che una persona appaia - un po’ come il genio dalla lampada - allo schioccar delle dita; c’è questa evidente trasposizione nella società del “modello Amazon Prime o Netflix”, dove basta che schiacci un pulsantino e lo schiavo di turno, in 24 ore, ti consegna ciò che tanto brami o, ancora meglio, hai subito ciò che cerchi a portata di telecomando (manco ti devi muovere dal divano, che pacchia!).
E’ scomparsa la pazienza (tanto è vero che, per chi se lo fosse dimenticato, l’hanno già fatta Santa da un po’)! Se un professionista dice al cliente che non riesce a venire perché per svolgere al meglio il lavoro per cui è stato contattato servirebbe più tempo di quello di cui al momento dispone, non è più concepito come un profondo atto di rispetto anche nei confronti del cliente stesso. No: semplicemente, come fanno i bambini, se si chiede a un genitore qualcosa che tanto si desidera e questo dice di no, ci si rivolge immediatamente all’altro.
Siamo come i pazienti - anzi, meglio dire gli im-pazienti - che, in sala d’aspetto, si lamentano animatamente della lentezza del proprio medico, auspicando però di ricevere il massimo delle attenzioni e dell’ascolto quando sarà il loro turno.
Vogliamo tutto e subito. Ma vogliamo anche che duri a lungo. E le due cose non sempre - anzi, quasi mai - posso andare a braccetto. Perché affinché qualche cosa - sia esso un piacere, una relazione, un indumento, un elettrodomestico… - duri a lungo, è necessario che alla base vi sia cura. Cura nella scelta e cura nell’utilizzo. E affinché vi possa essere cura, ahimè, è imprescindibile che vi sia anche lentezza.
AAA pure un paio di occhiali, magari…
Il mondo delle ordinazioni online, della consegna in 24 ore, della consegna a domicilio di cibo che abbiamo poca voglia di cucinare da noi, è un mondo fiabesco dove talvolta, dalle pubblicità, pare che l’oggetto del desiderio venga recapitato o dagli unicorni o che appaia magicamente nel nostro forno, nel nostro frigo o sul nostro pianerottolo. La realtà, invece, è molto diversa, e ciò che fa più male è che è davanti agli occhi di tutti.
Tutti vediamo le condizioni delle biciclette, dell’abbigliamento, della sicurezza con cui i raiders sono costretti a lavorare; tutti notiamo la fretta del corriere per correre (caspita, lo dice anche il suo nome!) dal cliente successivo per stare nei tempi; tutti sappiamo quanto marcio ci sia dietro ad Amazon e alla sua splendida e invitante facciata…
Eppure, diciamocelo chiaramente, la verità è che ce ne freghiamo, presi come troppo spesso siamo a pensare solo a noi stessi, al nostro guadagno, alle nostre vite. La verità è che ci sfugge ancora quanto dannatamente connesse siano le cose. La verità è che ci sembra inutile far passare quel pedone, chiedere a una cassiera come sta o lasciare un caffè in sospeso. Perché in questi atti di randomica gentilezza, in questo nostro rallentare per un secondo e prenderci cura del prossimo, non sembra esserci un tornaconto, un qualcosa che entra per noi, bensì solo qualcosa che esce.
Invece, oramai ne sono più che convinto, immettere nel mondo che ci circonda vibrazioni positive - siano esse gesti, parole, atti - porta a quello che definirei “un benessere sottile”, un benessere che se provi ad afferrarlo quasi non ci riesci (specialmente se provi ad afferrarlo con la ragione), ma se provi a indossarlo, uno strato alla volta, ti riscalda (non lo dicono mica tutti che vestirsi a cipolla è il metodo più efficiente?!).
Il benessere sottile
Ecco, da dopo il Nepal, tanto nella mia vita privata quanto in quella dell’Associazione sto provando a portare più attenzione al “grande schema delle azioni”, ossia a quali conseguenze B, C, D, E, F… potrebbe condurre la mia azione A; più ascolto genuino all’altro, che - come l’idraulico insegna - ha sempre qualche cosa di inaspettato da insegnare o anche solo da condividere; più consapevolezza che ciascuno come singolo può veramente avere un impatto importante sul mondo.
”Ma cosa vuoi che possa cambiare una sola persona…”, disse un milione di persone…





