Un mese fa finiva l'esperienza in Nepal... Già un mese fa...
Quante volte, in passato, ho fatto questo ragionamento. Quanto tempo passato a guardare indietro invece di guardare avanti. Quanto tempo a crogiolarmi in qualcosa che amavo di più rispetto alla vita presente. Quanto tempo a non vivere, fondamentalmente. Poiché penso sarete d'accordo che tutto il tempo in cui si pensa al passato non si sta di certo dando importanza a - e vivendo il - presente.
Il tempo limite
Comunque, non so voi, ma in base all'esperienza vissuta ho sempre avuto un “tempo limite” diverso da superare prima di essere veramente radicato nel presente e di smetterla di pensare a ciò che era.
Per esempio, quando andavo a Verona per l'università, specialmente i primi tempi in cui ancora facevo fatica a lasciare casa, per una settimana continuavo a rivivere il dov'ero e cosa facevo quel tal giorno della settimana precedente. Ma passati i sette fatidici giorni, come per magia, dovendo tristemente constatare che “una settimana fa a quest'ora” ero nello stesso posto di “adesso”, la testa si riappacificava con se stessa e mi lasciava vivere in pace.
All'estero, invece, essendo l'esperienza di portata decisamente maggiore, ho sempre impiegato molto di più. Li, il tempo limite era di circa un mese prima di scrollarmi di dosso definitivamente la mia vita precedente.
L’essere
In Nepal, però, non è successo nulla di tutto questo. Vuoi perché ero con altre persone, vuoi perché la mia missione in loco era molto chiara e circoscritta nel tempo, ma io in Nepal sono riuscito a fare qualcosa che non mi riusciva da tempo immemore: a essere. Semplicemente, essere.
Non dovendo pensare al domani, mi ritrovavo a vivere in piena consapevolezza ogni momento.
Uno in particolare mi ha segnato nel profondo. Un momento in cui ho nitidamente percepito il tempo e il Pianeta Terra fermarsi.
L’essere connesso
Eravamo alla Rarahil Memorial School per un'intervista, ma immaginatevi di entrare dotati di telecamere, microfoni, carnagione, occhi e capelli chiari in una scuola di più di 1.000 bambini nepalesi, dall'asilo alla scuola superiore. Siete le star del momento! Tutti gli occhi sono su di voi. C'è persino chi vi si avvicina per toccarvi, per sentire la consistenza dei vostri capelli, l'odore del vostro corpo.
A metà intervista capita l'irreparabile: la ricreazione! Nel giro di qualche minuto siamo letteralmente circondati da decine e decine di studenti e studentesse e siamo obbligati a fermare tutto per prestare attenzione ai loro occhi. Davanti ai miei, fissi nei miei, ci sono quelli di tre o quattro bambine delle elementari, che in un inglese perfetto mi chiedono di insegnare loro i numeri nella mia lingua. Loro, in cambio, accettano di insegnarmi quelli in nepalese.
Non saprei dirvi con esattezza quanto tempo siamo rimasti connessi, ma a sufficienza perché una volta rientrato in Italia non mi sembrasse ci fosse più campo, più ricezione. Mi ero spento.
L’essere disorientato
I primi giorni dopo l'atteraggio li ho passati in questo stato di profonda rassegnazione verso la mia esistenza occidentale: è inutile, mi dicevo, qui non potrò mai essere utile come lo potrei essere là per quei bambini; qui ciò che posso fare per gli altri non conterà mai tanto come in Nepal.
Vedete, in Nepal (come immagino in qualsiasi altro Paese povero a livello economico) basta davvero poco per contare tanto, tantissimo per qualcuno. Vi basti pensare che in due occasioni c'è stato chiesto un po’ di collirio e offrire in dono queste provette di plastica provocava una reazione di gioia sproporzionata alla minuzia e semplicità del gesto. Quand'è che in Italia, in Occidente, si può avere così tanto con così poco?!?
Ero in questo stato mentale, in quest'apatia generale che mi faceva venire solo voglia di fuggire di nuovo, di tornare dove stavo bene, dove non pensavo, ma vivevo, dove la mia vita sembrava avere più senso. Continuavo a guardare indietro a quella scuola, a quegli occhi e a domandarmi il senso del presente, ma anche del passato: perché avevo fatto tutto ciò che avevo fatto?! Perché il libro, perché gli spettacoli, perché i mille progetti? A cosa avevano portato? In che modo quella mia vita aveva anche solo lontanamente scalfito un’esistenza altrui come il collirio era riuscito in Nepal?
Come se non bastasse incombeva su di me il futuro: un’Associazione da mandare avanti (anzi, da far ancora incominciare, si può dire), un conto in banca decisamente scarno, una lista di cose da fare apparentemente eterna e quella scelta di essere un libero professionista che tutto d'un tratto pareva semplicemente richiedere troppo impegno.
Forse facevo proprio meglio ad andarmene, perché ho un disperato bisogno di vedere, di testimoniare che la mia esistenza, il mio essere, il mio fare, hanno delle ripercussioni benefiche sugli altri.
L’essere costruttivo
Un pomeriggio di quelli come tanti altri stavo vagabondando in natura con i miei mille interrogativi rispetto al presente e al futuro. E allora, d'improvviso, un po’ come il ciclista esausto a cui non sembra di aver fatto nulla che giustifichi tanta stanchezza, mi sono voltato, mi sono guardato indietro, ma questa volta in un’ottica costruttiva e non distruttiva.
Ho rivisto gli sguardi di tanti studenti incontrati nelle scuole; ho ripensato ai messaggi che molti di questi mi hanno voluto scrivere. mi sono reso conto delle migliaia (migliaia!) di persone di fronte alle quali ho parlato microfono alla mano quest'anno; mi sono tornate alla mente le frasi di molte, gli occhi lucidi, le strette di mano forti e silenziose, gli abbracci densi di significati; ho incontrato una ragazza sconosciuta che mi ha riconosciuto come “il rappresentante d’istituto” della sua scuola, quello che - ormai almeno 15 anni fa (15 anni fa!) - aveva fatto riappassionare lei e moltissimi altri alle assemblee d’istituto...
E d'improvviso tutto ha avuto un senso diverso. D'improvviso ho unito i puntini e ho notato che la forma che ne usciva assomigliava proprio alla vita che vorrei avere. E allora ho capito che forse dovevo solo fare una cosa: rimboccarmi le maniche e affrontare quelle mie paure verso il futuro, quelle mie difficoltà a fronteggiare la burocrazia e le fatiche derivanti dall'aver deciso di avere una vita libera e, pertanto, molto più ignota.
L’essere determinati
Così, nel giro di qualche giorno ho convocato il primo direttivo dell'Associazione Ondevitare in cui abbiamo messo nero su bianco i progetti e gli obiettivi del 2025, in cui ci siamo finalmente guardati tutti in faccia e abbiamo detto all'unisono: sì, ci vogliamo credere! E nel giro di pochi giorni sono anche arrivati i primi riscontri di questa rinnovata determinazione, con il progetto "Fallo!" - quello dei viaggi di educazione - che adesso ha una sua forma scritta pronta per essere presentata a possibili sponsor e che mira per l'anno venturo a far partire i primi due viaggi-test in Italia. E pure con il progetto "Babar", che è prossimo a partire a Verona e che vedrà presto anche nuove date in Trentino. E con la famosa e possibile casa editrice che è stata contattata per dare forse nuova linfa al libro e alle sue presentazioni.
Insomma, guardarsi indietro per piangersi addosso, proprio come quando da ammalati ci rendiamo conto di quanto stavamo bene prima quando non ce ne rendevamo conto, non porta a nulla di buono, solo una costante frustrazione - condita a volte da sensi di colpa - e scollamento dal presente. Voltarsi per apprezzare quanta strada si è fatta, per darsi una bella pacca sulla spalla, fare un respiro profondo e proseguire il cammino con maggiore convinzione e motivazione, direi che è invece una pausa da prendersi più spesso, perché si è sempre fatto molto di più di quanto si crede di aver fatto.
Buon riepilogo del vostro 2024 e buona motivazione per il vostro 2025!



