E’ vero: se qualcuno ci avesse incontrato, se qualcuno ci avesse avvistato da lontano con un binocolo mentre cercava camosci, se un elicottero, sorvolando la zona, avesse per sbaglio intercettato questo lungo gruppo di 15 persone, tutti avrebbero pensato che noi stessimo semplicemente camminando. E invece è stato molto - moltissimo! - più di questo.
Giorno 1 - Lasciare andare
Tutto ha avuto inizio giovedì 4 settembre, con la solita insicurezza e timidezza che mi contraddistingue quando devo testare un nuovo progetto.
Le premesse, va detto, erano assolutamente a nostro favore, dato che a luglio, durante l’incontro di presentazione di questo trekking educativo denominato “Into the Lagorai”, promosso da Into the Wild Lavis nell’ambito del Piano Giovani di Trento e organizzato dalla GAE Lorenzo Marcolla, tutti e dieci i ragazzi partecipanti avevano dimostrato grande interesse per questa innovativa proposta. Tuttavia, nei giorni antecedenti alla partenza, più rileggevo e facevo mio il progetto, più i dubbi si insinuavano subdoli nella mia mente: sarà effettivamente adatto a un pubblico dai 22 ai 35 anni?, avranno davvero voglia di dedicarsi ad attività educative durante il cammino o vorranno esclusivamente camminare il più possibile?.
E così, abbarbicato sulla roccia dello “Stonehenge de noi altri”, con il diaframma non sotto controllo, la bocca un po’ troppo secca e le gambe che facevano Aldo, Giovanni e Giacomo, ho dato voce alla prima lettura, seguita dal primo compito del giorno. Difficile leggere le espressioni dei presenti, difficile prendere un po’ più di confidenza. E così ci incamminiamo, scambiando ogni qual tratto qualche prima timida conversazione.
Giunti ai laghetti di Rocco, nostro primo campo base, della Vinavil ha già iniziato a formarsi tra noi: è ancora fresca e necessita di essere consolidata, ma c’è, si percepisce. Si percepisce mentre, coraggiosi, molti di noi affrontano le fredde acque del lago; si percepisce mentre alcuni vanno a raccogliere alberi e rami secchi per il falò serale; si percepisce mentre i discorsi abbandonano il 20% di iceberg superficiale e cominciano a sondarne il rimanente 80%. Ma si percepisce soprattutto quando da lontano si intravede un viandante, non sperduto, ma certamente desideroso di qualche chiarimento sul percorso da lui intrapreso, la TransLagorai.
Bruno (questo il suo nome), romano, indossa pochi abiti e il suo zaino sembra minuscolo per quel lungo cammino che lo aspetta. Potrebbe tranquillamente essere l’autore del libro da cui ho tratto il progetto educativo del trekking, “Solo bagaglio a mano”. Bruno si sente subito a casa con noi e noi con lui. E per la prima cena, per il primo falò, per la prima lunga e profonda conversazione incentrata sul lasciare andare - inteso sia come un distaccarsi da , un abbandonare oggetti concreti e astratti (come le abitudini), sia come un lasciare andare la vita come deve andare - il gruppo diventa di 16 esseri più umani che mai.
Giorno 2 - Essere consapevoli
La notte, per me come per qualche altro individuo non abituato a quel tipo di vita, è inclemente: zero sonno e sufficiente freddo. Poco importa: sarebbe stata la giornata più importante da un punto di vista educativo e mi sarei fatto trovare all’altezza.
Arrivati al valico, sfruttiamo le corrente ascensionali per asciugare tende e sacchi a peli. E mentre Madre Natura si occupa dell’asciugatura, io mi occupo di servire il tema del giorno: essere consapevoli, fare mente locale di chi e cosa fa parte della nostra vita ed essere pronti a dirgli addio. Essendo in un ambiente così remoto e senza connessione, infatti, per chi avevamo lasciato nel fondovalle era un po’ come se fossimo morti. Perciò, l’esperimento di giornata consisteva nel redigere il proprio testamento, nello scrivere quel pezzo di carta che, rinvenuto in parte al nostro corpo, avrebbe potuto far sapere le nostre ultime volontà a chi ci avesse trovato.
Sapevo che sarebbe stato il tema più sfidante, ma sapevo anche che poteva essere quello che avrebbe cambiato le sorti del gruppo da un punto di vista di solidità, di legami.
In rigoroso e richiesto silenzio dal valico raggiungiamo il vicino bivacco, dove ciascuno si immerge nei propri pensieri e nella scrittura del proprio ultimo foglio. Il silenzio che regna tra noi in quegli attimi è di una forza inaudita. Si percepisce lontano un miglio quanta concentrazione, quanta attenzione sia dedicata all’attività. Il mio cuore comincia proprio a credere che tutto stia funzionando come se l’era immaginato.
Anche il cielo sembra recepire la serietà dell’argomento di giornata e durante il pomeriggio si incupisce. A un tratto, mentre a Malga Val Cion sto conducendo il gruppo in quella che gli stoici definiscono visualizzazione negativa, da lontano si odono i primi tuoni, che, unitamente alle nebbie che salgono rapide verso le vette e al repentino cambio di temperatura, ci invitano a ritiraci lesti dentro al minuscolo Baito Scagni. Ed è lì che è avvenuta la Magia.
Immaginate, infatti, che cosa può essere accaduto alla Vinavil tra 15 persone che si sono trovate a dover condividere per sei ore uno spazio che sarebbe stato comodo per al massimo 5/6 persone. E’ diventata cemento!
E la cosa che mi ha fatto esplodere le coronarie, è che lo si è percepito, che tutti se ne sono accorti, tutti hanno visto le nostre crisalidi sbriciolarsi e aprirsi, creando un’unità totalmente diversa da prima. Prova ne è stata la cena (di cui vi lascio qui sotto una video-testimonianza così che possiate comprendere coi vostri occhi) e la discussione conclusiva sul tema della morte che ne è seguita, avvenuta a lume di candela, durante la quale qualcuno ha ammesso di essersi commosso mentre scriveva il proprio testamento e qualcun altro ha condiviso pensieri di una profondità siderale.
Alle 22:30, i cinque che avevano patito insonnia e freddo la prima notte vengono lasciati nel bivacco per rigenerarsi, gli altri escono ad affrontare le temperature che, complice l’intensa grandinata, sarebbero scese sotto allo zero.
Giorno 3 - Semplificare
C’è la brina, infatti, al mattino. Ma quando c’è la brina, c’è quasi sempre anche un cielo che fa scordare per un attimo ai polmoni quale sia la loro funzione. Non una nuvola, non la scia di un aereo. Soltanto blu, blu oceano.
Sarebbe stata la giornata più impegnativa da un punto di vista escursionistico e lo sappiamo bene. A farla cominciare come meglio non potrebbe per il sottoscritto, ci pensa G., sicuramente uno dei più insicuri in merito all’esperienza, iscrittosi con l’esplicitata intenzione di combattere i propri limiti e le proprie paure. Mi si avvicina mentre stiamo filtrando l’acqua di un ruscello per riempire le borracce.
“Voglio essere sincero con te, Kevin: pensavo fosse una cagata (ha usato proprio questa parola) l’educatore in un trekking. Invece, mi stai facendo pensare a cose a cui non avevo mai pensato prima. E ti voglio ringraziare.”
Dalle piante dei piedi fuoriescono fiamme che in un attimo mi spediscono in orbita, ma ridiscendo subito per leggere lo spunto di giornata e presentarne il tema: semplificare, ossia rinascere, aprire gli occhi e saper fondare la propria vita su presupposti molto diversi, più essenziali, per poter così riuscire davvero a vivere per sempre felici e contenti.
I sette chilometri che ci separano da Cima Ravetta, però, semplici non lo sono affatto. La fatica si sente, così come il vento che raggiunto il valico soffia molto forte contro le nostre facce, convincendoci a cambiare destinazione e a raggiungere un luogo un po’ più riparato dove piantare le tende.
Nulla, però, può ormai incrinare l’enorme soddisfazione che mi abita, visto che durante la giornata anche i membri più timidi e riservati del gruppo avevano finalmente preso coraggio e iniziato a partecipare attivamente alle discussioni. Erano rimasti lì, con i petali chiusi, come un fiore appena cresciuto a primavera, in attesa che fosse sufficientemente caldo per aprirsi e offrire la propria bellezza.
Il falò conclusivo, rischiarato da una immensa luna quasi piena, non fa che incrementare ulteriormente il calore del gruppo. Alla domanda di una delle organizzatrici “Avete voglia di tornare a casa domani?”, gli occhi e i silenzi parlano da soli.
Giorno 4 - Selezionare
Sarà appunto per la giganterrima luna, sarà per qualche altro astro allineato male, sarà perché mi sento tanto, tanto felice, nemmeno la terza notte riesco a chiudere occhio. Eppure, per ragioni che vanno al di là della fisica e della biologia più tradizionali, mi sento ancora splendidamente in forze. Prendo gli appunti dallo zaino, annuncio che l’ultimo tema sarebbe stato selezionare, e dopo la consueta lettura, concedo a tutti dieci minuti per prendere il proprio telefono e cancellare quante più foto possibile dell’esperienza, di modo da ridurla idealmente alla sua sineddoche, all’uno che rappresenta il tutto.
Mentre scendiamo verso il parcheggio so che sta per succedere, ma in qualche modo è come se non ci volessi credere. E guardandomi in giro, ho la netta sensazione che sia così anche per gli altri: siamo tutti consapevoli che quel qualcosa di così ineffabile, di così inspiegabile a chi non ne aveva fatto parte, stia per terminare, ma meglio non pensarci, meglio far finta di niente.
Giunti alle macchine, quando non manca che una lettura finale a chiudere il cerchio, ecco che vengo nuovamente sorpreso. R., una delle crisalidi che aveva impiegato più tempo a stupirsi di poter essere farfalla, mentre sto inspirando in vista della prima parola, ferma tutto ed esclama:
“Ma non possiamo andare in un luogo un po’ più adatto, un po’ più carino per concludere invece che stare qui in piedi davanti alle macchine?”
Commosso da quel gesto che, all’apparenza così innocente, significava il mondo per me e per quell’esperimento di trekking educativo, ci spostiamo in una magnifica radura tra gli alberi.
Ora sì che incomincio a sentire la fatica, ora sì che percepisco la stanchezza invadermi gli arti, ora sì che ammettere che tutto stia finendo risulta difficoltoso. Lo ammetto comunque a voce alta, senza che questo cambi minimamente l’esito di ciò che sta succedendo.
Mentre dalla Valsugana vengo accompagnato da Lorenzo alla stazione di Trento, la testa si spegne, va in blackout. Vorrei solo piangere, urlare al mondo che non è giusto, non è assolutamente giusto che la vita possa apparire così semplice, perfetta, genuina, per poi rivelarsi quasi un inganno, soltanto una temporanea illusione. E mentre da Trento in autobus ritorno a Storo, mi chiedo se valga la pena sentirsi ogni volta così male dopo un’esperienza che ha regalato a tutti così tanto bene.
E la risposta è sì, ne vale assolutamente la pena, perché male e bene sono due facce della stessa medaglia, così come lo sono il giorno e la notte, l’immensa felicità e l’inconsolabile tristezza.









