Non ascolto molto Bruce Springsteen, anzi proprio per niente. Si può dire che io l’abbia scoperto (a livello musicale, almeno) il mese scorso grazie al film Blinded by the Light, consigliatomi dalla mia insegnante di yoga della risata Erika.
Non ascolto nemmeno mai i Dire Straits. So che esistono (o forse sono esistiti? - probabile gaffe…), ma semplicemente non fanno parte di quello che considero essere ‘il mio genere’; quindi, quando voglio ascoltare della musica, l’algoritmo di Spotify non è certo loro che mi propone.
L’autobus
Questa mattina, disattivata la modalità aereo, trovo un solo messaggio su WhatsApp ad attendermi.
È quello di un’amica conosciuta recentemente, ma che sembra saperla davvero lunga su di me. E siccome ha già dato prova in svariate altre occasioni di sapermi leggere nell’umore, non appena salito sull’autobus diretto a Trento, non esito ad ascoltare il link che mi ha inviato: News dei Dire Straits.
La canzone piace subito al mio umore; non le parole, a cui non bado poiché molto assonnato: proprio la melodia! Sembra essere esattamente il tipo di musica di cui ho bisogno quest’oggi per risvegliarmi.
Così stoppo la canzone, la cerco su Spotify (visto che la stavo ascoltando su YouTube) e lascio che l’algoritmo segua quel mio inconsueto gusto musicale.
I brani si susseguono senza che io li riconosca e, proprio per questo, riesco a prestare loro la massima attenzione, riesco a concentrarmi sulle note perché non so quali potrebbero arrivare dopo…
Mentre questo succede, penso a quanto sia sciocca la paura che a volte sento quando devo provare una playlist che non conosco, perché non so - proprio perché non la conosco! - se mi potrebbe piacere, se l’investimento di tempo ad ascoltarla possa valere la pena o se avrò poi rimpianti per come quel tempo l’ho investito.
È la stessa paura che provo quando devo ordinare al ristorante e non so mai quale sia la scelta giusta. È la stessa paura che ho provato qualche giorno fa quando mi sono reso conto che io ho una gran voglia - anzi, un gran bisogno - di ripartire, di andarmene da una realtà che non sento assolutamente mia e che non mi fa più stare bene. Non ora perlomeno.
È proprio quella paura che ci porta a stare dove siamo, a ripercorrere ogni giorno la stessa strada, le stesse abitudini, gli stessi discorsi con le stesse persone. È quella paura che ci fa dimenticare che siamo esseri VIVENTI oltre che umani.
Tra i brani che si susseguono nelle mie orecchie ve n’è uno che ho già sentito da qualche parte e che mi piace assai. Schiaccio il tasto laterale di sblocco per capire chi sia e scopro che si tratta di Dancing in the dark di Bruce Springsteen. Sorrido tra me e me e continuo a seguire il flusso musicale.
Poco dopo, quando ormai sono a più di metà del mio viaggio, l’amica mi scrive per capire se avessi seguito il suo consiglio. Decido quindi di mandarle uno screenshot dello sconosciuto brano in corso per darle conferma. Accendo lo schermo e con mia grande sorpresa mi rendo conto che i suoni che sto ascoltando sono di un altro brano proprio dei Dire Straits: Why worry?.
Sorrido tra me e me, colpito da quella buffa coincidenza, e richiudo gli occhi.
L’ospedale
Arrivato a Trento mi dirigo verso l’ospedale Santa Chiara, dove mi sarei dovuto sottoporre a una piccola operazione a un orecchio. Mi siedo in sala d’attesa, prendo fuori L’Alchimista di Paulo Coelho e attendo di essere chiamato.
L’appuntamento sarebbe per le 11:30, ma alle 11:40 il paziente precedente non è ancora uscito. Non mi sconforto, anche perché ho già fatto l’accettazione e ci sono altre persone intorno a me che stanno riscontrando ritardi anche di un’ora e mezza sui loro di appuntamenti.
Verso le 11:45, finalmente, le porte si aprono e l’infermiera mi fa cenno di entrare. Vengo invitato a togliermi la maglia, a indossare la cuffia e i copri scarpe e, una volta pronto, a distendermi sul lettino.
È solo in quel momento che mi rendo conto della musica di sottofondo.
Alla radio stanno passando Dancing in the Dark di Bruce Springsteen! Sorrido con il cuore e con le labbra, visto che nessuno mi sta guardando, e resto pazientemente in attesa del chirurgo.
Quando arriva, come temevo, mi dicono che l’operazione non si può fare poiché il presunto tumore della pelle da asportare al momento non è visibile. Mi fanno rivestire e uscire.
Mentre scendo le scale del nosocomio, realizzo che io sono entrato in sala operatoria sostanzialmente solo per sentire quella canzone alla radio. Perché ci sono entrato con un discreto ‘ritardo’ rispetto al mio appuntamento, quindi la sensazione è davvero come se l’universo avesse aspettato che arrivasse quel brano per farmi accedere.
Ripenso alla mattinata, alle canzoni ascoltate, a quelle notate più delle altre: News, Why worry? e, appunto, Dancing in the Dark.
Un brivido, uno di quelli potenti uno di quelli che parte dall’amigdala e raggiunge l’ultimo nervo a disposizione nell’alluce, mi fa trasalire: l’universo stava chiaramente, indiscutibilmente, meravigliosamente parlando con e per me!
Le coincidenze
News, novità… La certezza di dover ripartire, il salto nel vuoto che molte scelte comportano, anche solo seguire il suggerimento musicale di qualcuno.
Why worry?, perché preoccuparsi?… Perché, appunto pre-occuparsi; perché occuparsi prima di qualcosa che non è ancora successo, perché vivere nell’ansia quando il cuore sembra sapere esattamente quale sia la strada da percorrere, per quanto ignota essa possa apparire ai nostri occhi?
Dancing in the Dark, ballando nel buio… Ossia, ciò che dovremmo fare di fronte a una novità, a una strada nuova da percorrere che si perde nel buio del cambiamento, alla preoccupazione che potrebbe naturalmente insorgere: ballare! Perché questo è ciò che ci chiede di fare la vita: ballare, danzare con lei, lasciando che in questo ballo di coppia sia lei a guidare noi e non viceversa.
Riapro le pagine del libro che stavo leggendo prima di essere chiamato dall’infermiera.
Nella vita, tutte le cose possono essere dei segnali.[…] L’universo si esprime con una lingua che tutti sono in grado di comprendere, ma che è ormai dimenticata.
Rido, rido di gusto; non più tra me e me, ma tra me e l’universo.
Anche perché proprio ieri, dopo più di un mese di silenzio, Erika mi aveva scritto per capire come stessi e avevo condiviso con lei tutta la mia confusione.
E più tardi, durante una passeggiata, avevo avuto il seguente scambio di battute con una passante:
“Ciao Kevin! È un bel po’ che non ti vedo! Come stai? Sei riuscito a capire un po’ di più nel tuo malessere?”
“Guarda, più capisco e meno mi sembra di stare capendo…“
“Se posso darti un consiglio, Kevin, una cosa che ho capito è che nella vita non dobbiamo capire tutto.“
Le conclusioni
Se c’è una cosa che ho capito in questo mese è dove me ne devo andare il prossimo anno, anzi, dove forse me ne sarei sempre dovuto andare.
Se c’è un’altra cosa che ho capito in questo mese è che non ho ancora capito un sacco di cose di me e di cosa davvero voglio farne della mia vita.
Se c’è una cosa che ho capito ieri, però, è che questo forse non è un problema.
E se c’è una cosa che ho capito oggi è che TUTTO, davvero tutto - ogni persona incontrata, ogni brano ascoltato, ogni messaggio ricevuto… - può accadere per un preciso e meravigliosamente oscuro motivo. Basta saperci credere, basta saperlo osservare.





