Mercoledì si è concluso il progetto nelle scuole di cui vi avevo accennato qualche newsletter fa (non chiedetemi quale perché l'Alzheimer avanza prepotentemente). Un progetto legato al PNRR, formalmente noto come ‘Riduzione divari’, ma a me presentato come ‘mentoring’.
Trentasette studenti e studentesse della scuola secondaria di primo grado identificati come ‘con fragilità’ avrebbero avuto diritto a 10 ore a testa di supporto individuale. Supporto fornito da 4 figure professionalmente molto distanti tra loro, ciascuna con circa una decina di questi minori ‘a carico’. Una di queste figure, come penso possiate desumere, sono stato io.
Da marzo a maggio ho lavorato nei (com)plessi scolastici di Spiazzo e Madonna di Campiglio, avendo avuto prevalentemente a che fare con le terze medie. E nonostante i percorsi di ciascuno siano stati molto diversi, nonostante le personalità dei ragazzi siano state tra loro alquanto divergenti, c'è un aspetto che li ha accomunati tutti…
L’insicurezza
"Boh…" e "Non lo so…" sono state senza dubbio le affermazioni più utilizzate.
Quello che davvero mi spaventa è che le domande che le hanno precedute non sono state "Credi che la teoria dei vasi comunicanti di Archimede andrebbe rivista?" oppure "Dove pensi sarai il 6 giugno del 2037?", ma interrogazioni quali: "Come vorresti utilizzare questi 60 minuti?", "Come pensi sia andata la verifica per cui ci siamo preparati insieme?", "Come stai?".
Per non parlare poi di tutte quelle situazioni in cui davanti a un foglio bianco andavano nel pallone anche solo per scrivere un titolo… "Ma dove lo scrivo?", "Ma così va bene?", seguitavano a chiedere.
Il timore di essere giudicati
Da quello che ho potuto osservare, tutta questa insicurezza e questa apparente insipienza emotiva e cerebrale è principalmente causata da un grande timore: quello di essere giudicati, valutati.
Nella scuola tradizionale tutto dipende da un voto. E se tutto dipende da un voto significa che devo stare attento a ogni cosa che dico e che faccio, perché potrebbe essere valutata, fare media e determinare il mio successo o insuccesso a scuola. Non solo: per ogni cosa, a scuola, così come a casa, i ragazzi sono abituati a dover chiedere il permesso.
Queste due dinamiche intrecciate producono quella chimera che i più sono soliti definire come ‘generazioni vuote e apatiche’, le quali, piuttosto che fare un passo sbagliato ed essere condannate, preferiscono stare ferme e non muoversi.
La domanda provocatoria, però, è: se voi aveste il laser rosso di un cecchino costantemente puntato in volto, vi muovereste?
Un vuoto d’ascolto, di fiducia e di…
Eppure tutto questo è un inganno, una mera illusione.
Questi ragazzi sono davvero pieni di intraprendenza, bellezza e convinzione in merito alle loro idee. Ciò che davvero manca sono orecchie capaci e soprattutto desiderose di dare loro ascolto autentico e non giudicante, nonché fiducia nei confronti delle loro capacità di autoregolazione. E a-mo-re... Dio mio quanto amore che manca a questi ragazzi!
Il ‘bullo’ della scuola una mattina esce dalla classe un po’ scazzato e mentre saliamo le scale verso la nostra aula mi dice che per l’ennesima volta i suoi gli hanno ritirato la Play Station dopo l’ennesima nota ricevuta per non aver fatto i compiti di geometria.
”Proprio non capiscono che non serve a niente…”, mi dice con fare affranto.
”Che cosa?”, domando io.
”Ritirarmi la Play.”
”E allora cos’è che servirebbe?”
”Che si sedessero accanto a me e mi aiutassero a farli, ‘sti compiti…”
La ‘ripetente’, ormai etichettata e - lasciatemi dire! - bullizzata da tutti i professori, parlandomi del suo tristissimo vissuto famigliare e della turbolenta separazione dei suoi genitori, si è auto-definita come "il pacchetto di Amazon" sbattuto da una parte all'altra.
Proprio il ‘bullo’, però, già dopo pochissimi incontri, mi dice che è un peccato che io abiti così lontano, altrimenti mi avrebbe invitato a vederlo giocare alla partita di calcio. E al termine dell’ultimo, nonostante la sua difficoltà a far trasparire i suoi sentimenti, mi guarda fugacemente, ma dritto negli occhi, pronunciando un “Grazie” di quelli che vengono dal cuore (e che raggiungono il cuore altrui).
La ‘ripetente’, nel giro di qualche settimana, è passata dal dire un forzato “Buongiorno” di circostanza quando entrava dalla porta e un “Arrivederci” senza alcuna reale voglia di rivedersi quando ne usciva, a un “Buongiorno!” molto più convincente all’ingresso e un “Ciao Kevin, grazie!” all’uscita; dallo stare seduta composta, in silenzio, mani conserte in grembo, occhi spenti, all’essere la più autentica, sfrontata e sorridente versione di sé (una meraviglia!).
Dico questo, non per tessere le lodi del mio operato, ma per condannare aspramente quello di una scuola dove di amore, fiducia e ascolto non sembra davvero più esserci traccia (fatta eccezione per alcuni insegnanti che combattono strenuamente per preservare la loro umanità - e sanità mentale, mi verrebbe da aggiungere). Perché l’unica ‘fragilità’, l’unica ‘colpa’ di questi ragazzi è quella di richiedere più tempo e più attenzioni dei compagni. Solo che quella gigantesca macchina che è la scuola tradizionale - quella che ai miei occhi assomiglia per molti aspetti a un allevamento intensivo di cervelli - non si può fermare. E dato che è di bestie che si parla, Darwin ha chiaramente spiegato che cosa accade in questi casi: sopravvive solo il più forte.
Un’alternativa
L’esperienza ha ulteriormente rafforzato la mia convinzione a voler portare avanti un cambiamento, al voler rappresentare anche con l’Associazione un’alternativa.
Mi sto quindi confrontando con le biblioteche per provare a concepire uno spazio-contesto che dia voce, stimoli e ascolto ai ragazzi. E lunedì sono stato anche in visita a una scuola parentale democratica di Riva del Garda - il Creativity Garden - con cui potrebbero nascere delle collaborazioni nel nuovo anno scolastico, perché sono questi, a mio avviso, i luoghi della vera educazione del bambino.
Piccolo aggiornamento anche sul progetto ‘viaggi di educazione’: mi sono confrontato con un avvocato, che ci ha confermato di poter procedere autonomamente con il progetto senza dover passare per un’agenzia viaggi. Restano ancora molte le cose da fare in merito, ma presto o tardi - lo so! - tutto diventerà realtà.

